GERALD MURNANE, Qualcosa per il dolore. Memorie dal mondo dell’ippica

Se non avete mai sentito parlare di Gerald Murnane, non fatevene una colpa. È uno di quegli autori solitari, restii alle novità, che non amano stare sotto i riflettori e preferiscono di gran lunga rifugiarsi nel proprio mondo – nel suo caso, il bar di un golf club di Goroke, in Australia, di cui è gestore e dove fa la sua partita settimanale. In Europa e in America lo si sta riscoprendo solo ora: le sue opere, che fino a qualche anno fa erano fuori catalogo, sono tornate a splendere nelle librerie di mezzo pianeta.

Australiano, classe 1939 (ottantacinque anni il prossimo 25 febbraio), Murnane vive da sempre nello stato del Victoria, a sud dell’isola, alternandosi tra l’insegnamento e la scrittura. Durante una conferenza a Melbourne nel 2001, affermò di non essere mai salito su un aereo, né su un transatlantico, e di non aver mai viaggiato al di fuori dell’Australia. Non ha mai posseduto una tv e non ama ascoltare musica, non frequenta musei né va al cinema (il ricordo dei pochi film visti in passato gli è sufficiente). Allergico alla tecnologia, non utilizza computer, fotocamere o telefoni cellulari: dal 1979 compone i suoi testi su una macchina da scrivere, battendo i tasti con il solo dito indice della mano destra (sic!).

Non sorprende, dunque, che un uomo dalla personalità così bizzarra sia rimasto nell’ombra per tutti questi anni. Nel 2018, un giornalista del New York Times lo ha definito «the greatest living English-language writer most people have never heard of» (qui l’intervista). Il suo nome, in realtà, è abbastanza noto in patria (dal 1999 ad oggi gli sono stati assegnati diversi riconoscimenti) e negli ultimi anni è comparso più volte nella lista dei favoriti al Premio Nobel per la letteratura – nel 2017 i bookmakers britannici davano la sua vittoria 50 a 1; l’anno scorso è arrivato a 7 a 1, una quota vicina a quella del superfavorito Jon Fosse (5 a 1), che poi ha effettivamente vinto.

In Italia, le sue opere sono pubblicate da Safarà Editore, che ha già in catalogo quattro suoi libri e a breve ne aggiungerà un quinto, Border Districts (2017), in uscita nei prossimi mesi. Io l’ho scoperto grazie a Qualcosa per il dolore. Memorie dal mondo dell’ippica (Something for the Pain, a Memoir of the Turf, 2017), uscito in libreria lo scorso 9 gennaio con la traduzione di Roberto Serrai. Un memoir diviso in 27 capitoli, in cui Murnane ripercorre alcuni episodi salienti della sua vita, tutti legati alla sua più grande passione – o per meglio dire ossessione –, forse anche più forte di quella per la scrittura: le corse dei cavalli.

[Un avvertimento importante: il libro parla di cavalli, dalla prima all’ultima pagina. Tutto il libro parla di corse ippiche, scommesse, scuderie, fantini, allenatori, allibratori. Se non vi piacciono i cavalli, meglio scegliere un altro suo romanzo – Le pianure (The plains, 1982) dicono sia il migliore.]

Murnane si avvicinò al mondo delle corse grazie al padre Reginald, scommettitore incallito, sempre sul filo della legalità, che frequentava regolarmente gli ippodromi e più volte si trovò senza un soldo a causa dei debiti di gioco. Il piccolo Gerald – che fu chiamato così proprio per via di un cavallo (lo racconta nel capitolo 5, Gerald e Geraldo) – subì ben presto il fascino delle corse, ammirando le foto riportate sullo Sporting Globe e ascoltando le emozionanti cronache alla radio. A scuola, disegnava con i pastelli tutti gli sfavillanti colori delle giubbe e dei berretti dei fantini, sognando un giorno di poterli vedere dal vivo. Questo accadde a quindici anni, quando il padre per la prima volta lo portò con sé all’ippodromo – uno dei giorni più memorabili di tutta la sua adolescenza: lì, cominciò ad affidargli il compito di piazzare qualche puntata e lo introdusse, di fatto, al mondo delle scommesse.

Murnane prese a frequentare gli ippodromi con una certa assiduità. Negli anni della giovinezza, quando non era alle corse o in università, passava il suo tempo ascoltando le radiocronache delle gare e leggendo sui giornali le statistiche e le quotazioni dei cavalli e dei fantini. Per molto tempo cercò di mettere a punto un sistema di gioco che risultasse infallibile, studiando i cavalli favoriti e l’entità delle puntate: gli sarebbe piaciuto diventare uno scommettitore professionista, ma non ne aveva l’indole. Murnane è sempre stato uno scommettitore «con le braccia corte e le tasche profonde», come lui stesso si descrive, perché per natura è molto prudente: gli manca la follia di credere ciecamente nelle sue intuizioni e puntare tutto sul cavallo vincente. L’ippica, più che un lavoro, è stata ed è ancora per lui un culto, quasi una vocazione:

Ho già detto come per me le corse dei cavalli siano quello che per altre persone è la religione e cioè una questione da prendere molto sul serio. L’ippica mi fornisce un sistema di valori e uno stile di vita. Le corse dei cavalli poi, come molte religioni, hanno i loro santi. Essi sono, almeno per me, figure leggendarie piuttosto che storiche. Le leggende che riguardano questi santi sono tutte inventate da me. Difficilmente potrebbe essere diverso, visto che la mia è in gran parte una religione individuale, dove io sono il vescovo, il sacerdote, la congregazione e, in questo caso, l’agiografo.

Murnane e Bukowski, un vizio in comune

Devo ammettere che, durante la lettura di questo libro, il mio pensiero è andato più volte a Charles Bukowski (1920–1994) e a quel confuso periodo della mia adolescenza in cui ne ero realmente ossessionato. Tutto cominciò con Storie di ordinaria follia (Erections, Ejaculations, Exhibitions and General Tales of Ordinary Madness, 1972), un libro di racconti, forse uno dei più famosi: quando lo lessi, ne rimasi folgorato. Mai avevo trovato un autore così sconcio, vizioso e insieme sublime. Mi piacque così tanto che, in circa due mesi, decisi di leggere tutti e sei i suoi romanzi, oltre a diversi libri di viaggio e poesie, una biografia e il meraviglioso libro-intervista di Fernanda Pivano «Quello che mi importa è grattarmi sotto le ascelle» (SugarCo, 1982). Ecco, da quel periodo sembrano passati secoli, ma il ricordo delle giornate di Henry Chinaski all’ippodromo (e delle sue bevute, e delle sue donne) si è improvvisamente risvegliato in me leggendo Murnane.

Murnane e Bukowski, due uomini agli antipodi: l’uno auto-relegato in Australia, dedito al lavoro, alla famiglia, fedele alle sue abitudini e all’amata moglie Catherine (con cui resterà sposato per oltre quarant’anni, fino a che, nel 2009, una malattia la porterà via); l’altro, come è noto, accanito bevitore, ribelle, donnaiolo. Entrambi, però, legati da un vizio comune: le corse dei cavalli. Di Murnane ho già detto; di Bukowski, basti dire che, per tutta l’età adulta, fu un assiduo frequentatore dell’ippodromo di Hollywood Park di Los Angeles, e ne parlò sia nei romanzi (utilizzando il suo alter ego, Henry Chinaski) che in svariati racconti e poesie. Ma per Bukowski le corse dei cavalli, più che un’ossessione, erano un tentativo di deviare l’alcolismo su un altro tipo di dipendenza, meno dannosa per il fegato e per di più redditizia, almeno nelle giornate buone. Una passione diventata così forte che nel suo ultimo romanzo, Donne (Women, 1978), scrisse: «Vorrei essere seppellito vicino all’ippodromo per sentire la brezza della volata finale».

Ma, in sostanza, si tratta di passione o vizio? Dipendenza o passatempo? Sia Murnane che Bukowski ragionarono su questo punto e non è un caso, credo, che entrambi conoscessero l’opera di Otto Fenichel (1897–1946), medico e psicoanalista austriaco, e avessero letto il suo trattato del 1945 La teoria psicoanalitica delle nevrosi e delle psicosi: qui, Fenichel include il gioco d’azzardo nella categoria delle nevrosi di impulso, insieme alle perversioni e alle tossicomanie, e l’eccitamento che ne deriva è paragonato a una masturbazione sublimata. «Vincere somiglia all’orgasmo e all’uccisione simbolica del padre, cioè a una vittoria edipica, mentre perdere somiglia alla punizione mediante la castrazione o alla morte per mano del padre, cioè a una sconfitta edipica. […] Vincere significa realizzare i desideri incestuosi, ma sentirsi colpevole di parricidio, mentre perdere significa evitare il parricidio psichico, ma sentirsi colpevole dell’incesto psichico e soffrire per la castrazione psichica. Il giocatore d’azzardo, perciò, lotta per realizzare l’impresa impossibile di vincere e di perdere allo stesso tempo; è questa ricerca senza fine che lo tiene legato al tavolo da gioco».

I risvolti psicoanalitici dell’ossessione per le scommesse, in Bukowski, emergono chiaramente nel racconto Cavalli, mica cavoli, contenuto nelle Storie di ordinaria follia: «Lo scommettitore è un misto di estrema presunzione, pazzia e avidità. Uno dei maggiori allievi di Freud (non mi ricordo il nome, ma ricordo che ho letto un suo libro) dice che il gioco d’azzardo è un surrogato della masturbazione». Nel memoir di Murnane troviamo addirittura un capitolo, il decimo, intitolato Il Form-Plan e Otto Fenichel: «Secondo quel dotto autore [Fenichel], il giocatore d’azzardo gioca per capire se Dio intenda o no perdonarlo per essersi masturbato. […] Se Fenichel o i suoi seguaci avessero saputo quanto tempo e fatica ho dedicato alla mia ricerca di un sistema affidabile e redditizio, avrebbero potuto dedurne solo che o ero il più grande onanista di tutti i tempi o, almeno, quello tra i più devoti di questa antica arte con il più grande senso di colpa».

Ho scoperto, poi, spulciando il catalogo di Murnane, che i temi delle scommesse e dell’onanismo sono presenti in altri suoi romanzi, in particolare nei primi dueTamarisk Row (1974) e A Lifetime on Clouds (1976): il primo è ambientato, di fatto, in un ippodromo – Tamarisk Row altro non è che il nome di un cavallo – e il padre del protagonista è uno scommettitore forte; nel secondo, invece, il giovane Adrian Sherd, studente di un college cattolico nella Melbourne degli anni Cinquanta, vive il proprio risveglio sessuale combattuto tra il piacere della masturbazione (e dei sogni erotici) e il senso di colpa religioso, che lo induce alla confessione e al pentimento.

Insomma, la lettura di questo memoir ha fatto nascere in me due desideri; il primo: leggere altre opere di Murnane, specialmente i romanzi. Il secondo: fare un giro all’ippodromo di San Siro, dove sono stato più volte ad assistere a qualche concerto, ma mai a vedere le corse dei cavalli. Vedremo quale dei due si esaudirà prima. Nel frattempo, proverò a rileggere Bukowski, per capire se la fissa adolescenziale era davvero giustificata.

Gerald Murnane, Qualcosa per il dolore. Memorie dal mondo dell’ippica, Safarà Editore, 270 p.


Per chi volesse immergersi nella vita e nelle opere di questi due grandi autori, consiglio di partire da qui:

Per Murnane:

  • Le pianure (Safarà Editore, 2019).
  • Tamarisk Row (Safarà Editore, 2020)
  • Border districts (Giramondo Publishing Company, 2017) che nei prossimi mesi entrerà anch’esso nel catalogo di Safarà Editore.
  • Il recentissimo saggio di Emmett Stinson, Murnane (Melbourne University Publishing, 2023), non ancora pubblicato in Italia.

Per Bukowski:

  • Post office (SugarCo, 1971).
  • Storie di ordinaria follia (Feltrinelli, 1975).
  • Panino al prosciutto (SugarCo, 1982).
  • Quello che mi importa è grattarmi sotto le ascelle di Fernanda Pivano (SugarCo, 1982 e successivamente Feltrinelli, 1997).
  • La sconcia vita di Charles Bukowski di Jim Christy (Feltrinelli, 1998).