CHRISTOPHER ISHERWOOD, Ritratto di famiglia

Christopher Isherwood. Romanziere, drammaturgo, sceneggiatore, fu uno degli autori più celebrati della sua generazione. Emblema dell’emancipazione sessuale e intellettuale, egli sfidò le convenzioni della sua epoca, trattando nelle sue opere il tema dell’omosessualità con impagabile delicatezza. Nell’autobiografia Christopher and His Kind del 1976, egli si definì «shockingly ignorant of the objective world, except where it touched his own experience». William Somerset Maugham, riferendosi a lui, affermò che «that young man holds the future of the English novel in his hands».

Nato nella contea di Chesire, nei pressi di Manchester, Isherwood frequentò Cambridge per un paio d’anni, senza però terminare gli studi. Nel 1929 si trasferì a Berlino, dove lavorò come insegnante di inglese e si dedicò alla stesura di due romanzi, acclamati dai critici come i suoi più riusciti: Mr Norris se ne va (1935) e Addio a Berlino (1939), che furono d’ispirazione per il musical di Broadway Cabaret, poi adattato in film. Il periodo berlinese segnò anche la collaborazione con l’amico W.H. Auden – il celebre poeta britannico autore, tra gli altri, di Funeral Blues e The Age of Anxiety –, con il quale scrisse tre opere teatrali e un diario di viaggio, Journey to a war (1939), sul conflitto tra Cina e Giappone.

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, decise di trasferirsi in America, a Los Angeles, ottenendo la cittadinanza americana nel 1946. Qui, lavorò come sceneggiatore per Hollywood e strinse amicizia con colleghi del calibro di Truman Capote, Aldous Huxley e Dodie Smith. Su una spiaggia di Santa Monica avvenne l’incontro con Don Bachardy, all’epoca adolescente, con il quale intrecciò un legame sentimentale che durò fino alla sua morte. Tra le opere del periodo americano spicca il romanzo Un uomo solo, scritto nel 1964 e tornato alla ribalta grazie all’adattamento cinematografico del 2009 – A single man, film diretto da Tom Ford, con Colin Firth e Julianne Moore nei ruoli principali.

Christopher Isherwood fotografato da Peter Schlesinger a Santa Monica, 1968

Ritratto di famiglia fu il secondo romanzo scritto da Isherwood – il primo fu All the conspirators del 1928, che lo portò alla ribalta come uno dei più promettenti romanzieri inglesi del primo dopoguerra. Egli ne ultimò la stesura durante il suo soggiorno a Berlino, affidandone poi la pubblicazione, nel 1932, alla Hogarth Press, la celebre casa editrice dei coniugi Woolf, che si occuparono, oltre a questa, di stampare diverse altre sue opere. In Italia, il libro fu tradotto per la prima volta da Longanesi nel 1948. L’edizione da me posseduta, sempre di Longanesi, è del 1975 e include un interessante saggio introduttivo di Elio Chinol, noto anglista e critico letterario.

The Memorial – questo il titolo originale – racconta la storia di una famiglia dell’alta borghesia inglese negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra mondiale. I personaggi sulla scena sono molti e vengono ritratti in diverse fasi della loro vita, tra i fasti di Londra, gli ambienti austeri di Cambridge e le stanze buie dell’Hall, la maestosa villa di campagna situata nel piccolo villaggio di Chapel Bridge.

Il Hall sembrava il perfetto ambiente per Richard. La calma ordinata della vita dei Vernon dava ad Edward l’impressione di un’opera d’arte. Era incantato dal silenzio antico della casa, del giardino e dei boschi. Sentiva che questo era l’unico posto in cui avrebbe potuto vivere per sempre, senza essere tormentato dall’irrequietezza e dall’ambizione.

Tra le figure principali troviamo Lily, vedova inconsolabile dell’amato marito Richard, caduto in guerra, che trova conforto nell’amicizia con il maggiore Charlesworth e nell’amore per il figlio Eric. Quest’ultimo è ritratto in tre diverse evoluzioni: dapprima come adolescente timido e balbuziente, poi come studente a Cambridge e infine come giovane uomo a Londra. Così lo descrive la cugina Anne nel primo capitolo:

Sì, personifica realmente la mia idea d’un santo […] C’era qualcosa di antico e di cupo in lui. E quando ti guardava, sentivi che era un essere assolutamente sincero, e coraggioso e buono. Aveva bellissimi occhi.

Forse avevano tutti un poco paura di Eric… Sì, perfino Mary. Ci se n’accorgeva quando chiacchieravano con lui e scherzavano nel loro solito linguaggio, cercando di fingere che fosse uno di loro, e che non incutesse affatto spavento. Sapevano benissimo che non era vero.

Mary è la sorella di Richard, una donna rigidamente anticonformista, ma sofferente e sola quanto la cognata; oltre ad Anne, ha un altro figlio, Maurice, compagno di Eric a Cambridge, più dedito alla dissolutezza che allo studio e alle responsabilità. E poi ancora, il vecchio signor Vernon, incrollabile capofamiglia ed emblema di quel “vecchio mondo, sicuro, felice, bello” che dopo la guerra sembrava scomparso; e infine Edward Blake, amico d’infanzia di Richard, un ex aviatore omosessuale che le emozioni terribili sopportate durante la guerra inducono a tentare il suicidio, sparandosi un colpo in gola.

La trama è difficile da ricostruire, poiché il romanzo, a ben guardare, non ne ha una. Invece di una sequenza lineare di eventi che sfocia in un finale compiuto, Isherwood preferì adottare una struttura multiforme, in cui i luoghi e le storie si sovrappongono l’uno all’altro, senza un rigoroso ordine cronologico: i quattro capitoli, suddivisi per anni (1928, 1920, 1925, 1929), sono ricchi di flashback e divagazioni spazio-temporali, generando in chi legge un piacevole senso di saliscendi.

Come dicevo, la trama è quasi assente perché non segue una linea definita: ogni capitolo racchiude alcuni episodi nelle vite dei protagonisti – che l’autore ideò mescolando finzione e elementi autobiografici – senza colpi di scena, azioni mirabolanti o espedienti narrativi volti a entusiasmare il lettore. Ogni dialogo, ogni descrizione appaiono comuni, realistici e quasi scontati, come se il suo intento fosse quello di catturare il dramma dell’esistenza nelle situazioni più ordinarie.

Ogni personaggio è a suo modo instabile, ognuno di essi è lacerato da una ferita che stenta a rimarginarsi, e che segna la contrapposizione tra il mondo precedente alla guerra e ciò che ne è rimasto dopo la sua fine. Qualche anno più tardi, in Addio a Berlino, Isherwood riprenderà lo stesso tema, descrivendo la tristezza di un popolo che assiste inerme all’insorgere del Nazismo.

The Memorial è un romanzo audace, avanguardista, in cui già si intuisce quell’abilità narrativa che troverà pieno sviluppo nelle opere della maturità. La frase posta in chiusura, che nella sua semplicità ne riassume distintamente il messaggio, è pronunciata da Franz, il giovane amante berlinese di Edward:

Quella guerra… non avrebbero mai dovuto farla.


Christopher Isherwood, Ritratto di famiglia, traduzione di Marcella Hannau, Longanesi, 208 p.

L’eredità culturale e creativa dell’autore è preservata dalla Christopher Isherwood Foundation, presieduta da Don Bachardy, con sede a Los Angeles. La fondazione assegna annualmente il Christopher Isherwood Prize per la prosa autobiografica, vinto nel 2021 da Deborah Levy con il romanzo Real Estate, oltre a borse di studio di ricerca universitaria. L’attività della fondazione è consultabile al sito:

https://www.isherwoodfoundation.org/