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ANDRÉ GIDE, I falsari

Il mio primo incontro con André Gide risale a molti anni fa, quando mi capitò tra le mani un suo libriccino intitolato Consigli a un giovane scrittore, edito da Archinto. Il prezzo esiguo e l’altrettanto esiguo numero di pagine mi convinsero a comprarlo e a leggerlo in meno di un’ora, restandone folgorato. Da quel momento, si è creato un legame tra me e Gide: ho letto le sue opere, apprezzando specialmente i racconti e gli scritti satirici, e l’ho ritrovato nei libri di altri scrittori suoi contemporanei o discepoli, in citazioni elogiative e perfino nelle dediche – un esempio su tutti: Jean Cocteau, nel libro Il mio primo viaggio. Il giro del mondo in 80 giorni.

Mio caro André,

un giorno lei mi ha rimproverato di essere troppo teso, di non lasciarmi andare abbastanza e, come esempio, citava una mia nota sul “Coq et l’Arlequin”, in cui descrivevo la prima jazz band.

Lei ci ha anche insegnato a viaggiare.

Dopo questi appunti di viaggio, che le offro con cuore fedele, non potrà più rimproverarmi d’essere incapace di lasciarmi andare.

J.C.

Scrittore temerario e anticonvenzionale, Gide è stato uno dei più influenti letterati francesi del Novecento; premio Nobel nel 1947 e padre di un’intera generazione di autori del dopoguerra, che proprio nello gidisme trovarono una continua fonte di ispirazione – Sartre, Camus, Malraux, per citarne solo alcuni. Oggi, forse, Gide è meno letto di un tempo, ma i suoi scritti conservano tutta la forza e l’indole provocatoria dell’epoca in cui furono concepiti.

Les Faux-monnayeurs, apparso per la prima volta nel 1925 nella Nouvelle Revue Française, è una delle sue opere più complete e ambiziose. Nel 1999 è stato inserito dal quotidiano parigino Le Monde nella lista dei “100 migliori libri del secolo” – al primo posto figura Lo straniero di Albert Camus. Egli lo considerava il suo primo e unico romanzo, nonostante altri suoi testi, di fatto, possano essere ricondotti a questo genere letterario: I sotterranei del Vaticano, L’immoralista, La porta stretta, La scuola delle mogli.

Il libro è suddiviso in tre parti, scandite da un cambiamento di ambientazione – Parigi, Saas-Fée, di nuovo Parigi – e racconta la storia di un gruppo di adolescenti provenienti da famiglie altolocate, in un anno non precisato di inizio secolo. I ragazzi che compaiono sulla scena sono molti: tra i principali c’è Bernard Profitendieu, un giovane romantico e orgoglioso che scopre per caso di essere un figlio illegittimo, nato da una relazione adulterina della madre; poi l’amico Olivier Molinier, più timido e introverso, che coltiva incerte ambizioni letterarie e frequenta il vizioso Conte di Passavant, e i fratelli di lui, Georges e Vincent Molinier – il primo, più piccolo, ruba e si dà allo spaccio di monete d’oro false; il secondo, più grande, ha una relazione con una donna sposata, Laura Douviers, e dopo averla messa incinta decide di abbandonarla, fuggendo in Africa con una nuova amante. E ancora, Armand e Sarah, figli di un pastore protestante imprigionato dalla sua stessa fede, e Boris, nipote del vecchio La Pérouse, che regala il colpo di scena finale.

André Gide ritratto nel suo appartamento di Rue Vaneau, a Parigi. Alle sue spalle, una maschera mortuaria raffigurante il volto di Giacomo Leopardi. © Guillot–Viollet/Getty Images

Meraviglioso il personaggio di Edouard, lo zio di Olivier, che proprio con il nipote stringe un ambiguo legame omo-affettivo. Alter ego di Gide, egli è uno scrittore alle prese con la stesura del suo prossimo romanzo intitolato, guarda un po’, I falsari, per cui annota tutte le sue riflessioni su un diario personale, di cui possiamo leggere alcune pagine. In un incredibile esperimento metaletterario, Gide ci parla quindi del romanzo che stiamo leggendo, delle scelte stilistiche e dei dubbi sulla sua composizione…all’interno del romanzo stesso.

Invento il personaggio di un romanziere, che pongo come figura centrale; e l’argomento del libro, se volete, è esattamente la lotta tra quello che gli offre la realtà e quello che vorrebbe farne lui.

La trama intessuta da Gide è ricca ed estremamente variegata; le storie dei singoli personaggi si intrecciano, sovrapponendosi, quasi contorcendosi su se stesse, tanto da disorientare il lettore. Ma una tale abbondanza di caratteri e situazioni consente all’autore di esaminare relazioni sociali e affettive di ogni varietà: matrimonio e adulterio, incesto e pederastia, etero e omosessualità. Amicizia, paternità, amore filiale. Nulla è trascurato, lo sguardo di Gide abbraccia tutti e tutto – in un’epoca in cui certe tematiche erano ancora, indiscutibilmente dei tabù.

Lo smercio di monete contraffatte è solo il pretesto per mettere in luce diversi gradi di falsità: nelle azioni, ça va sans dire, ma anche nelle amicizie, nelle intenzioni, e nella letteratura: Edouard, nei suoi diari, si interroga infatti sul rapporto fra verità e romanzo, fra realtà e rappresentazione. Un romanzo che parte dalla realtà, che pesca dal mondo reale fatti e personaggi, piegandoli alla finzione letteraria, ne risulta per ciò stesso falsato? E ancora, il valore di un’opera d’arte si giudica in base a quanto sia aderente alla realtà, e quindi rassicurante per il pubblico, o allo sforzo che si compie per stilizzarla? Certo è che i fatti narrati in un romanzo, reali o immaginari che siano, riflettono sempre, irrimediabilmente la mentalità di chi li scrive. La verità, forse, va cercata altrove.

Il modo in cui il mondo delle apparenze si impone a noi e il modo in cui noi cerchiamo di imporre la nostra particolare interpretazione al mondo esteriore, questo, proprio questo origina il dramma della vita.

La resistenza che i fatti ci oppongono, ci induce a trasportare la nostra costruzione ideale nel sogno, nella speranza, nella vita futura, nella quale la nostra credenza si compensa di tutte le delusioni di questa vita.

Il tema a mio avviso più interessante riguarda il rapporto dei personaggi con le loro coscienze, sia in relazione alle loro azioni che a quelle di chi gli è vicino. Gli annoiati, ricchi ragazzini protagonisti di questo libro rubano e mettono in circolazione monete d’oro false, non per necessità, ma per divertimento; tuttavia, grazie alle potenti conoscenze dei loro genitori riescono a scamparla e a non subire alcun castigo. Stessa cosa vale per l’adulterio, sempre taciuto – per timore di infangare la reputazione delle famiglie coinvolte – e mai veramente punito. Adattarsi all’immoralità, normalizzandola, è il segno più tangibile del declino di una civiltà.

Se si potesse recuperare l’intransigenza della gioventù, la cosa che ci indignerebbe maggiormente sarebbe il vedere quello che siamo diventati.

La più recente edizione di Bompiani, inserita nella collana dei “Classici contemporanei”, include anche il Diario dei falsari e un’appendice in cui ritroviamo, oltre alle prime bozze del romanzo, appunti e lettere in cui Gide parla del suo processo creativo e delle scelte di identificazione dei personaggi. Leggetelo con attenzione, soffermatevi sulle pagine più intense e soprattutto non cedete alle prime difficoltà. Gide è per tutti, ma in pochi hanno la tenacia di scoprirlo.


André Gide, I falsari, traduzione di Oreste del Buono, Bompiani, 464 p.

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