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GIORGIO SAVIANE, Eutanasia di un amore

Tra i tanti scrittori che hanno reso illustre la letteratura italiana del Novecento, molti sono quelli che, ancora oggi, vengono ricordati e letti. Le loro opere, giunte (esagero) alla trentesima o quarantesima riedizione, fanno bella mostra di sé sugli scaffali delle librerie, segno che le nuove generazioni non hanno smesso di apprezzarne il valore. Ma ce ne sono altri, troppi, che invece sono stati dimenticati, messi da parte, perché legati a un preciso momento storico o a tematiche variamente controverse. Tra questi, mi sento di includere Giorgio Saviane.

Nato a Castelfranco Veneto nel lontano 1916, Saviane fu certamente uno scrittore sui generis. Egli era, prima di tutto, un avvocato civilista – professione che non abbandonò mai, nemmeno all’apice della carriera letteraria, e che iniziò ad esercitare dopo aver lottato come partigiano nella Seconda guerra mondiale. Esuberante e ribelle, era spesso scontroso, accigliato: difficile reggergli il confronto. Il suo carattere lo rese inviso a molti nell’ambiente letterario, ma lui non se ne curava più di tanto. Tra i suoi romanzi più noti, Il Papa, L’inquisito, Il passo lungo, Il mare verticale.

Egli amava vivere sopra le righe, circondandosi di donne e belle macchine, ma era anche un uomo profondamente legato ai temi religiosi e un lavoratore instancabile: «Lo scrittore è il rovescio del personaggio che si burla della cosiddetta serietà. Lavora anche sedici ore al giorno sulla pagina, ma lui stesso dice che si diverte; e non è mai contento. Bisogna sottrargli le bozze che seguita a tormentare». Raggiunti i sessant’anni, sposò la sua segretaria, Alessandra Del Campana, che gli restò accanto fino alla morte, avvenuta sul finire del 2000. Da quel momento, di lui si sono perse le tracce editoriali.

Eutanasia di un amore fu uno dei suoi romanzi più letti: il libro racconta la fine di una relazione, quella tra Paolo, professore universitario, e Sena, sua ex allieva e compagna da molti anni. La differenza d’età, le gelosie, i continui litigi e la mancanza di un progetto familiare condurranno i due amanti a un inevitabile quanto doloroso distacco. Ed è proprio Sena a lasciare Paolo, già nell’incipit:

Una macchina si ferma al semaforo. Un attimo e ne scende una ragazza alta, bella. Tiene la testa bassa, i suoi gesti non sono sicuri, qualcosa le rattrappisce il passo. Tuttavia si allontana in fretta, va verso la fermata dell’autobus.

La macchina attende il verde. Poi prosegue veloce.

L’aria intorno non ha subito commozioni.

Ma per Paolo, alla guida dell’auto, il mondo sembra contrarsi…

A questo addio iniziale seguiranno altre pagine di struggimento e rimpianti, di viaggi all’estero, di nuovi amanti – la bella Silva e il giovane Domenico –, di riavvicinamenti e confessioni. Fino a scoprire che, a volte, la decisione più giusta è quella di non insistere più, e staccare la spina a un amore giunto alla sua fase terminale. Pubblicato nel 1976, il romanzo di Saviane acquisì una certa fama anche grazie alla trasposizione cinematografica che, l’anno successivo, ne fece Enrico Maria Salerno, con Ornella Muti e Monica Guerritore a interpretare i due ruoli femminili.

Molto più di un romanzo sentimentale, Eutanasia di un amore fu un’opera molto discussa, che generò un mare di critiche. Saviane fu accusato di maschilismo, reo di diffondere un’immagine della donna sottomessa all’uomo e per nulla “libera” di autodeterminarsi: la scena in cui Paolo si apposta con la macchina davanti alla scuola dove lavora Sena, in effetti, rasenta i limiti dello stalking. Ma la critica più feroce riguardava il tema dell’aborto – purtroppo ancora di drammatica attualità, vista la recente decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti, che in un lampo è riuscita a stravolgere anni di lotte e conquiste.

A un certo punto del romanzo, infatti, si scopre che Sena era incinta e che Paolo l’ha indotta, o per meglio dire costretta, ad abortire: questo è il tragico motivo che spinge Sena ad andarsene, e che farà incrinare irrimediabilmente il loro rapporto. Al di là dello sconcerto che una simile circostanza genera nel lettore, e che induce a deplorare, quasi detestare, Paolo, trovo ingiusto fermarsi a questo episodio e condannare l’intera opera: piuttosto, credo sia più utile considerarlo come una testimonianza di quello che realmente accadeva, e che spesso ancora oggi accade, alle donne vittime di contesti malsani. Guardare al passato per evitare di ricadere negli stessi errori.

Quando il dolore è troppo forte per trovare la forza di sollevare il torace con un singhiozzo e tenta piccoli sforzi che aprono all’aria che non vuoi. Come non puoi bere anche se hai sete. Che avevo infatti. Bere sarebbe stato rimettersi a vivere.

Le opere di Saviane languono dunque nell’oblio, ferme alla loro epoca, coperte da uno spesso strato di polvere che sembra impossibile spazzare via. Qualche anno fa una piccola casa editrice, Guaraldi, ha tentato di farlo, riportandone alla luce quattro, di cui una inedita – Mio Dio, una serie di testi scelti dalla moglie Alessandra, che ricostruiscono la «ossessionante ricerca di Dio» dell’autore. Un piccolo passo verso la riscoperta di questo grande scrittore dimenticato.


Giorgio Saviane, Eutanasia di un amore, Rizzoli, 211 p.

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