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VERCORS, Il silenzio del mare

I libri sulla Seconda guerra mondiale sono moltissimi – e ogni anno ne escono di nuovi. Romanzi, biografie, testimonianze di chi è sopravvissuto ai lager o di chi ha combattuto al fronte. Storie d’invenzione o ricostruzioni storiche e militari. Studi critici che analizzano cos’è successo prima e cos’è successo dopo, cos’ha lasciato la guerra e cosa l’ha innescata.

Chi, negli anni del liceo, non ha letto Un sacchetto di biglie di Joseph Joffo o Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino? Beppe Fenoglio, Primo Levi, Kurt Vonnegut, Mario Rigoni Stern, Erich Maria Remarque sono solo alcuni degli autori che hanno trattato l’argomento, spesso con opere prime che li hanno resi famosi e che hanno fatto la storia della letteratura del Novecento. Storie crude, laceranti, in cui gli orrori della guerra sembrano annientare anche il più piccolo barlume di umanità. In pochi sono riusciti nel difficile intento di rendere poetica, quasi lieve, una situazione tanto drammatica. L’autore di cui voglio parlarvi è certamente tra questi.

Il silenzio cadde ancora una volta. Ancora una volta, ma questa volta, come più oscuro e teso! Certo, al disotto dei silenzi passati, – come, sotto la calma superficie delle acque, la lotta degli animali del mare, – sentivo sì pullulare la vita sottomarina dei sentimenti nascosti, dei desideri e dei pensieri che si negano e si combattono. Ma al disotto di questo, ah! null’altro che un’atroce oppressione…

Jean Marcel Adolphe Bruller nacque a Parigi nei primi anni del secolo scorso. Figlio di un emigrato ungherese di origini ebree, egli esordì come fumettista e illustratore di libri: tra gli anni Venti e i Trenta, collaborò con diverse riviste e pubblicò alcuni album di disegni satirici. Allo scoppio della guerra, si unì alla Resistenza e nel 1941 fondò, insieme all’amico Pierre de Lescure, una casa editrice clandestina che chiamarono Éditions de Minuit, con l’intento di aggirare la censura del régime e diffondere opere “ostili alla letteratura borghese e confortante”: la prima che riuscirono a pubblicare, il 20 febbraio 1942, fu Le silence de la mer, un suo racconto di ispirazione autobiografica. Bruller, come molti letterati dell’epoca, decise di celare il suo vero nome, per evitare ripercussioni da parte del governo filonazista: scelse allora, come nom de plume, Vercors, ispirandosi all’omonimo massiccio delle Prealpi francesi, che negli anni successivi diventò una delle roccaforti dei movimenti di liberazione nazionale – egli mantenne lo stesso pseudonimo anche dopo la guerra, per le sue opere successive.

Il racconto è ambientato nel 1940 – quando le Forze Armate tedesche avevano già occupato il territorio francese – in un paesino del Nord, non lontano dal mare. Qui, un ufficiale tedesco, Werner Von Ebrennac, si stabilisce in casa di un uomo anziano e della sua giovane nipote, prendendo possesso di una stanza al primo piano. Egli è consapevole che la sua presenza è mal tollerata e cerca di arrecare il minor fastidio ai suoi ospiti: ciò nonostante, ogni sera, tornato dalle sue faccende militari, si siede con loro in salotto, di fronte al camino, e tenta di intavolare una conversazione. Egli discorre di arte e letteratura, di musica e filosofia; elogia i grandi pensatori francesi e l’innata capacità di quel popolo di indagare l’animo umano. È un sognatore, crede negli ideali di pace e collaborazione e confida nel futuro che li attenderà al termine della guerra.

Ogni suo tentativo è però vano: l’uomo e la ragazza si trincerano dietro un ostinato silenzio, non una parola esce dalle loro bocche e si comportano come se lui non esistesse. Questa muta resistenza è il loro modo di opporsi al nemico; un contegno tanto dignitoso quanto difficile, soprattutto nei riguardi di un uomo gentile ed educato come l’ufficiale, il quale non può fare altro che rassegnarsi a lunghi soliloqui e congedarsi ogni sera augurando loro la buonanotte. Finché un giorno, richiamato a Parigi, egli viene informato sui reali piani di conquista dell’esercito tedesco: svanita l’illusione, egli è costretto a lasciare la casa e trasferirsi al fronte. L’addio sarà straziante, ma verrà ricambiato dalla ragazza che, a voce sommessa, gli rivolge la sua prima e ultima parola.

L’impatto che questo breve racconto ebbe sulla Francia occupata dai nazisti fu enorme: il libro diventò uno dei simboli della Resistenza francese, fu diffuso anche a Londra e a New York, per incitare la popolazione a non arrendersi. La forza e la dignità che emergono dalle sue pagine giustificano l’attenzione che, ancora oggi, dev’essergli riconosciuta. In Italia, il libro fu pubblicato da Einaudi tre anni più tardi, nel 1945, nella collana “Narratori contemporanei” con la traduzione di Natalia Ginzburg. L’edizione successiva de ”I Coralli” contiene altri due racconti, ambientati anch’essi durante la Resistenza: Il cammino verso la stella, del 1943 e Le armi della notte, del 1946.

La marche à l’étoile – ispirato alla vita del padre – racconta la storia di Thomas Muritz, un uomo che dalla Moravia, sua terra natale, decide di compiere un lungo viaggio attraverso l’Europa per raggiungere la Francia – che lui si immagina come una terra di giustizia e di libertà, così come è descritta nei suoi più cari libri. Una volta arrivato a Parigi, le sue aspettative iniziano ad incrinarsi, ma non demorde: egli non smette di credere nello Stato francese, neppure quando, durante la guerra, quest’ultimo comincia a collaborare con i tedeschi. La sua cieca lealtà lo condurrà alla morte per mano dei suoi stessi idoli.

Il più delle volte l’amore si spegne in una fine sordida. Qualche volta lo si uccide: allora la sua morte è straziante. Così l’amore di Otello sotto i colpi sinistri dell’invidia. Oh, fatale errore: accusare Desdemona! Il cuore si serra e si ribella.

Il terzo racconto, Les armes de la nuit, affronta invece il tema dell’Olocausto e delle atrocità perpetrate nei lager nazisti. Pierre Cange, membro valente della Resistenza, è uno dei fortunati sopravvissuti alla deportazione: dopo essere stato maltrattato, umiliato e ridotto più volte in fin di vita dai suoi aguzzini – “mi hanno assassinato cinque volte in otto mesi” – egli fa ritorno a casa dai suoi cari, ma non riesce a relazionarsi con loro o con gli amici, poiché è convinto di aver perduto per sempre la sua “qualità di uomo”. Qui Vercors propone un’immagine alquanto insolita, paragonando i campi di concentramento alla corrida – uno spettacolo crudele, sadico, dove il toro è solamente “il trastullo del torero”:

Il primo errore del toro è quello di credere al combattimento. Di credere alla verità della lotta, di credere che restando in vita, ritardando la propria morte, egli si oppone al piano del nemico… Crudele ingenuità! La sua morte ha poca importanza. Quello che ha importanza per i suoi aguzzini, è la sua degradazione, è ch’egli divenga quella cosa spregevole, degna di scherno… Che passi insensibilmente dalla sua nobiltà di bestia coraggiosa e fiera, alla sottomissione abbietta del bove…

Da Le silence de la mer fu tratto un film, presentato in Francia nel 1947, per la regia di Jean-Pierre Melville – lo stesso che nel 1950 collaborò con Jean Cocteau all’adattamento cinematografico del suo più celebre romanzo, Les enfants terribles. Il film, in bianco e nero e privo di dialoghi, potrà forse non reggere la concorrenza del cinema più recente, ma il libro no: leggetelo, divoratelo, riflettete su quanto possa essere esasperante e salvifico il potere del silenzio.

Mi hanno battuto, sfinito, stordito. Con un randello, con una sbarra di ferro. Venti volte mi hanno lasciato come morto… ma non mai morto, sempre si son fermati in tempo! […] Morire è facile… Almeno, – mormorò come tra sé (e sospirò), – così si crede… Uno si dice: nessuno può strapparmi questa libertà. Non mi porteranno tanto in basso, che io non possa prima abbandonare il cammino. Solamente…


Vercors, Il silenzio del mare, traduzione di Natalia Ginzburg, Einaudi, 168 p.

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