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HISHAM MATAR, Un punto di approdo

Questa volta voglio parlarvi di un romanzo suggeritomi, e regalatomi, da una persona molto, molto speciale, che mi conosce da anni e sapeva quanto avrei gradito un libro così intenso e così snob nella sua ricercatezza. Devo ammettere che, prima di riceverlo in regalo, non conoscevo né il libro né l’autore, e ignoravo soprattutto la sua storia. Una volta edotto, ne sono rimasto profondamente colpito, e per questo lo suggerisco anche a voi.

Hisham Matar è uno scrittore americano di origini libiche, attivo in ambito accademico e contributor di vari quotidiani e riviste di rilievo internazionale. Egli ha vissuto tutta la sua giovinezza in esilio, tra Londra e Il Cairo, a causa delle persecuzioni politiche attuate nei confronti della sua famiglia: il padre, Jaballa Matar, leader dell’opposizione al governo di Gheddafi, nel 1990 venne rapito e portato nel carcere di Abu Salim a Tripoli, dove da quel momento si persero le sue tracce. A più di vent’anni di distanza, nel 2012, dopo la caduta del regime, Matar fece ritorno in Libia insieme alla famiglia per ricostruire la storia del padre e conoscere, finalmente, i dettagli sulla sua sorte.

Questo triste viaggio ispirò Matar per il suo romanzo Il ritorno, pubblicato in Italia da Einaudi e vincitore del Premio Pulitzer 2017 per Biografia e Autobiografia e, sempre nello stesso anno, del prestigioso Rathbones Folio Prize. La stesura del libro costò all’autore molta fatica e concentrazione, risvegliando ricordi drammatici e una sofferenza mai sopita; proprio in seguito a questo difficile periodo, Matar decise di concedersi un soggiorno a Siena, patria degli amati pittori medievali: un’occasione per rigenerarsi e curare le ferite della sua anima grazie all’arte.

A month in Siena — tradotto con il titolo Un punto di approdo nell’edizione italiana del 2020, curata sempre da Einaudi— è il resoconto di questo viaggio. Matar si fermò a Siena esattamente trenta giorni, all’inizio accompagnato dalla moglie Diana e poi da solo. Già nelle prime pagine del libro, l’autore ci informa che la scelta della destinazione non è stata casuale: egli, da sempre grande amante dell’arte, si innamorò dei dipinti di Duccio di Buoninsegna e degli altri Maestri della scuola senese quando — proprio nel 1990, pochi mesi dopo la scomparsa del padre — li vide per la prima volta alla National Gallery di Londra:

Quei dipinti di scuola senese sembravano appartenere a un universo claustrale di simbologie e codici cristiani. Non posso dire che mi piacessero, all’inizio. Eppure continuavo, quasi mio malgrado, a tornarci davanti […] Se ne stavano isolati, né bizantini né rinascimentali, un’anomalia tra capitoli, come un’orchestra che accorda gli archi durante l’intervallo.

La perfezione e la simmetria delle linee, i colori brillanti, la compresenza di elementi terreni e spirituali lo affascinarono a tal punto da indurlo a ripromettersi, in un futuro non definito, di visitare la città toscana, culla di così tanto splendore e meraviglia. Un luogo che egli, dunque, aveva imparato ad amare attraverso le sue raffigurazioni pittoriche e nel quale sperava di ritrovare almeno uno scampolo di quella serenità interiore che da anni sembrava aver perso.

Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in città, affresco, 1338-1339. Siena, Palazzo Pubblico, Sala dei Nove.

Scorrendo le pagine del romanzo, la sensazione è quella di visitare un museo a cielo aperto con una guida d’eccezione. Matar conduce il suo soggiorno come un turista qualunque, inoltrandosi nei vicoli e nei palazzi, visitando a lungo i musei e cibandosi di tutto ciò che la città ha da offrire a un forestiero: splendida è la descrizione di Piazza del Campo e della sua sconcertante geometria. Egli apprende la storia locale e le tradizioni sopravvissute nei secoli, come il celebre Palio, “un teatro di guerra, uno schieramento di truppe che in realtà costituisce una celebrazione della coesistenza”. Nel suo girovagare, egli incontra persino un conterraneo, Adam, che lo invita a cena a casa sua e gli fa conoscere tutta la famiglia, donandogli la migliore delle accoglienze.

Le curve improvvise dei vicoli e la prossimità degli edifici accrescevano la mia sensazione di entrare in un organismo vivente. A ogni passo mi ci insinuavo un po’ di più ed esso, quasi in risposta, mi faceva spazio. Ero entrato in un posto insieme familiare e del tutto sconosciuto.

Siena si rivela, dunque, una città ospitale e profondamente enigmatica, “intima quanto un medaglione da portare al collo, e tuttavia complicata come un labirinto”. E ricca di arte; tanta, tantissima arte. Le illustrazioni raffigurate nel libro consentono di immergersi nei bellissimi affreschi di Duccio di Buoninsegna, Ambrogio Lorenzetti e Giovanni di Paolo, conservati quasi intatti nella loro magnificenza nei palazzi storici della città; e poi, all’improvviso, si è colpiti da un inatteso guizzo di modernità grazie a Il bagno turcodi Pistoletto, che Matar vede a casa di una cara amica e che entra anch’esso a far parte del viaggio.

L’arte, quindi, al centro del romanzo, ma soprattutto al centro della storia di Hisham Matar e del suo difficile percorso di elaborazione del lutto per la scomparsa del padre: “Un punto di approdo” è il racconto di una tragedia davvero inconsolabile, che saprà commuovervi e darvi più di un insegnamento.

Speravo che non mi vedessero mentre, nel mio lutto senza una tomba, mi dirigevo verso la panchina segreta e fuorimano che guardava però l’intera valle, per sedermi qualche minuto e ascoltare gli uccelli. In quel momento ho capito che non ero venuto a Siena solo per vedere i quadri. Ero venuto anche per piangere da solo, per riflettere su basi nuove e scoprire come potevo continuare da lì.

Hisham Matar, Un punto di approdo, traduzione di Anna Nadotti, Einaudi, 128 p.

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