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ANDREA BAJANI, Il libro delle case

Di solito, per un’indomita quanto spontanea inclinazione, prediligo la lettura di autori morti e sepolti da almeno un paio di decenni: mi piacciono i libri che parlano di esperienze lontane, di epoche che non ho mai vissuto, ma che ancora hanno molto da dire ai lettori di oggi. A volte, invece — ed è questo il caso — mi concedo uno slancio di modernità e leggo un romanzo appena uscito, che tra le pagine ha ancora il profumo dell’inchiostro appena stampato e che parla del presente, del mondo che anch’io conosco e in cui vivo. E così capisco che anche gli autori contemporanei possono insegnarmi molto, al pari dei grandi Maestri.

Il libro delle case di Andrea Bajani è un romanzo che celebra la nostalgia e il valore della memoria, le potenzialità del cambiamento e la risorsa salvifica dell’oblio; un piccolo archivio di oggetti e luoghi domestici in cui le emozioni battono come martelli e le parole hanno la leggerezza della poesia.

Un perfetto connubio di originalità e tradizione stilistica, con un’innovativa costruzione della trama — che mi ha ricordato, per creatività e profondità, i geniali esperimenti narrativi di Georges Perec — e un eroe infelice in cui ci si può facilmente immedesimare.

Il libro racconta la storia di un uomo, chiamato “Io”, attraverso le case in cui egli stesso ha abitato nel corso della sua vita: case reali o case metaforiche, scenografie private in cui i vari personaggi hanno tutti il nome del ruolo che ricoprono — Madre, Padre, Sorella, Moglie, Bambina, Nonna etc. — e si muovono come in un sogno, nella rievocazione di momenti di cui lo stesso protagonista ha, a volte, poca coscienza. Tra una pagina e l’altra, si resta sorpresi dalle riproduzioni di alcune planimetrie catastali: forse sono case che l’autore ha realmente abitato, o forse sono state abitate da altri; forse non esistono più.

I capitoli sono brevissimi, spesso di una o due pagine: si procede saltando da un’abitazione all’altra, da un’epoca all’altra della vita di Io. Si comincia dalla Casa del sottosuolo, dove Io ha trascorso l’infanzia, per poi passare alla Casa di Parenti, alla Casa sotto la montagna, alla Casa del recinto e a molte, molte altre, in una successione che non rispetta l’ordine cronologico e incrocia momenti di vita tra loro diversi e lontani. A queste si aggiungono poi le case simboliche, come la Casa dell’amicizia, la Casa del persempre e la Casa dei ricordi fuoriusciti, che rappresentano quei luoghi dello spirito dove vivono le emozioni più forti e in cui è possibile nascondere, per proteggerli o dimenticarli, i ricordi più preziosi e dolorosi.

Il romanzo è di chiara ispirazione autobiografica — anche Io, come Bajani, è nato a Roma ed è scrittore — e vi si ritrovano numerosi cenni alla storia del nostro Paese, come i terribili omicidi di Aldo Moro e Pier Paolo Pasolini, raccontati, rispettivamente, nei capitoli dedicati alla Casa di Prigioniero e alla Casa della morte di Poeta. Due momenti storici che l’autore stesso non ricorda — aveva solo pochi anni di vita quando sono accaduti — ma che si sono radicati in un angolo remoto della sua mente, influenzando profondamente la sua opinione dell’Italia e degli italiani: «un Paese che contemporaneamente sa essere feroce e che però non vuole la verità fino in fondo».

Bellissime, poi, le pagine dedicate alla situazione attuale, con le immagini di Roma nel 2020 durante i primi mesi di lockdown. Leggendole si prova un senso di condivisione, di tristezza quasi confortante, e ci si rende conto che quello che stiamo vivendo entrerà davvero nei libri di storia e sarà, negli anni a venire, fonte d’ispirazione per molti scrittori.

Aprire la finestra o tenerla chiusa, in queste settimane cambia poco. Io di tanto in tanto fa una prova, tira la maniglia e insieme l’anta, abbatte la soglia che divide fuori e dentro. Ma il silenzio è silenzio anche sul balcone: l’esterno è uguale all’interno meno il frigo, che in cucina si sente soprattutto quando tace, come una specie di sollievo. Eppure fuori il sollievo è un panorama spaventato, Roma è un fermo immagine apparente, le strade sono strade e sono vuote, gli edifici sono spazio solidificato, il silenzio è in cemento armato — tranne il vento che spunta gli angoli alle case, appena sibilando.

Roma dunque è sempre Roma, ma senza corpi per le strade, è perfetta per le foto dai balconi, dove sta asserragliata la cittadinanza. Ma nessuno vuole farle, le foto, la bellezza senza uomini spaventa, svela la sua natura di invenzione e di commercio, il suo nesso col capitalismo: se non c’è nulla da vendere c’è poco da guardare.

In una recente intervista concessa a Rai Cultura, l’autore ha parlato della genesi del romanzo e di come ha avuto l’intuizione di conferirgli questa struttura: un giorno, stilando un elenco di tutte le case in cui aveva vissuto, si è accorto che lui non era la stessa persona, che non poteva dirsi identico a se stesso in ognuna delle case in cui aveva abitato. Da qui l’idea di narrare la vita di un uomo comune attraverso la descrizione dei luoghi che l’hanno vista svolgersi e che, più o meno indirettamente, ne sono stati lo scenario, partendo proprio dalla casa dell’infanzia, la prima in ordine di tempo, per sottolineare l’importanza delle proprie radici nella comprensione del presente.

La prima casa, la casa in cui veniamo al mondo, è sempre il punto in cui il sasso viene lanciato nel lago: è il punto da cui si dipartono tutti quei cerchi che all’inizio sono perfettamente concentrici e poi vanno a diventare quello che siamo, e si perde quasi il ricordo persino del primo punto, della caduta in acqua.

Andare a ricercare, a vedere quel momento di ingresso — l’ingresso del sasso nell’acqua ma anche l’ingresso di una casa, della casa in cui siamo stati per la prima volta, in cui noi siamo stati noi per la prima volta, in cui siamo stati vivi — è provare a vedere qual è la forza con cui i cerchi della nostra vita si sono dipartiti.

La casa, dunque, come luogo in cui possiamo davvero mostrare noi stessi per quello che siamo, senza fingere di essere qualcosa di diverso — che in fondo è quello che chiediamo a tutti, che chiediamo ai grandi amori, alle grandi amicizie: «Noi siamo continuamente alla ricerca di quelle cose, di quei luoghi, di quelle persone che ci consentono di mostrare tutto di noi, sapendo che non verremo traditi».

Andrea Bajani, classe 1975, è già conosciuto dal grande pubblico per romanzi quali Cordiali salutiSe consideri le colpe e Ogni promessa, che gli hanno valso la vittoria di diversi premi letterari; egli è anche autore per il teatro e collabora con diversi quotidiani e riviste nazionali ed esteri. Il libro delle case, sua ultima fatica letteraria, si è guadagnato un posto nella dozzina finale dei candidati al Premio Strega 2021.

Perché dovrebbe vincere? Per l’originalità dell’idea, la raffinatezza e la sincerità della prosa e la delicata potenza delle immagini evocate. Vi sembra poco? Leggetelo e ne verrete dolcemente, inesorabilmente rapiti.


Andrea Bajani, Il libro delle case, Feltrinelli, 251 p.

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