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PAINTINGS IN PROUST, Eric Karpeles

Chi come me ha letto — e amato alla follia — À la recherche du temps perdu non rimarrà deluso da questo libro.

Paintings in Proust. A Visual Companion to In Search of Lost Time di Eric Karpeles è — come già promette il titolo — un vero e proprio museo immaginario dedicato all’opera di Marcel Proust: un viaggio alla scoperta dei suoi artisti preferiti, dei quadri che ispirarono la sua scrittura e di tutti i riferimenti pittorici presenti nel suo più grande capolavoro, a cui egli lavorò senza sosta per più di tredici anni.

L’arte è un soggetto che domina tutta la Recherche. È argomento di discussione nei salotti di casa Verdurin e criterio di definizione caratteriale di alcuni dei personaggi principali, come quello di Elstir, emblema della pittura moderna: in lui è possibile ritrovare i tratti caratteristici di alcuni tra i maggiori esponenti del movimento impressionista, come Degas, Monet, Renoir, e di altri pittori cari all’autore, come Moreau e Turner. Nel corso di tutti e sette i volumi della Recherche è possibile ritrovare innumerevoli riferimenti ad artisti e dipinti — più di duecento, per l’esattezza — spaziando dai capolavori dei Maestri del Trecento fino alle più innovative opere di inizio Novecento: Karpeles, con sapiente meticolosità, li ha catalogati tutti in questo splendido libro.

Proust, inutile dirlo, fin dall’adolescenza fu un grande amante dell’arte, assiduo frequentatore del Louvre e dei celebri Salons che ogni anno si tenevano a Parigi; collezionista di stampe, cartoline e riproduzioni, egli si considerava un esteta, un amateur più che un critico o un fine conoscitore. Quando, nel 1900, il celebre gallerista Paul Durand-Ruel organizzò la prima esposizione dei quadri di ninfee di Monet, un estasiato Proust scoprì, come in un’epifania, tutte le potenzialità che il dialogo tra arte e scrittura poteva offrirgli:

Immagina oggi uno scrittore a cui sarebbe venuta l’idea di trattare venti volte sotto una luce diversa lo stesso tema, e che avrebbe la sensazione di creare qualcosa di profondo, sottile, potente, travolgente, originale, sorprendente come le cinquanta cattedrali o i quaranta stagni di ninfee di Monet.

Negli anni, Proust fu egli stesso protagonista di opere d’arte, primo fra tutti il bellissimo ritratto che gli fece Jacques-Èmile Blanche nel 1892, quando l’autore aveva solo ventun anni, e che ora fa parte dell’immensa collezione del Musée d’Orsay. Il suo amore per la pittura italiana e l’arte fiamminga lo spinse, nonostante la salute cagionevole, a compiere alcuni viaggi all’estero per vedere dal vivo le opere di Tiziano e Mantegna, di Rembrandt e Vermeer, che tanto amava e fino a quel momento aveva visto solo in riproduzione: egli si recò dunque a Venezia e in Olanda, visitò i luoghi dei suoi artisti preferiti e osservò attentamente i dettagli dei loro dipinti, per fissarli nella memoria e riportarli poi nei suoi scritti.

La maggior parte dei dipinti citati nella Recherche, tuttavia, Proust non riuscì mai a vederla dal vivo: è questo il caso della Veneredel Botticelli, di cui poté ammirare solo la copia che ne fece Gustave Moreau nel 1859 e che viene citata nel primo libro allorché Swann la paragona al sorriso e agli sguardi dell’amata Odette. Altri, invece, ebbe la fortuna di visionarli più e più volte, riuscendo a trasmetterne sulla carta un’immagine nitida e oltremodo suggestiva: un chiaro esempio è l’ormai famosissimo La Ronda di notte di Rembrandt, che — sempre nel primo libro — Madame Verdurin reputa «il più grande capolavoro nell’universo insieme con la Nona e con la Vittoria di Samotracia» — associare il celebre pittore fiammingo a Beethoven e all’arte ellenistica non è cosa da tutti.

Un altro quadro iconico citato da Proust è La Veduta di Delft di Jan Vermeer: egli lo vide per la prima volta all’Aia durante il suo viaggio olandese e se ne innamorò, definendolo «le plus beau tableau du monde». In particolare, egli restò affascinato da una piccola ala di muro giallo […] dipinta così bene da sembrare, se la si guardava isolatamente, una preziosa opera d’arte cinese, ed è proprio questo piccolo e meraviglioso dettaglio che costa la vita al vecchio Bergotte quando, malato e in fin di vita, si reca al Louvre per vederla da vicino un’ultima volta.

Veduta di Delft, Jan Vermeer, 1660-1661 ca. —Museo Mauritshuis, L’Aia.

E si potrebbe continuare con alcuni tra i massimi esempi della pittura medievale e rinascimentale italiana, come L’ultima cena e laMonna Lisa di Leonardo, l’Assunta di Tiziano e il San Sebastiano di Andrea Mantegna, gli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina a Roma e quelli di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. E ancora, altri dipinti più recenti, contemporanei a Proust e rivoluzionari per l’epoca, come l’Olympia e Le déjeuner sur l’herbe di Manet, il Ballo al Moulin de la Galette di Renoir, i suggestivi paesaggi di Turner e le ammalianti nudità femminili ritratte da Ingres.

Insomma, quello che Karpeles vuole farci capire è che la Recherche, se letta con attenzione, si rivela una vera e propria caccia al tesoro ai capolavori della storia dell’arte moderna. Peccato che il libro sia disponibile solo in edizione originale inglese o nella traduzione francese, ma non sia stato tradotto in italiano: sono sicuro che riscuoterebbe un grande successo anche nel nostro Paese.

A prescindere dalla lingua, è un libro che ogni amante di Proust dovrebbe avere nella propria biblioteca.


Eric Karpeles, Paintings in Proust. A Visual Companion to In Search of Lost Time, Thames & Hudson, 354 p.

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