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BORIS VIAN, La schiuma dei giorni

«Ma lei che cosa fa nella vita?» Chiese il professore. «Imparo delle cose» disse Colin. «E amo Chloé».

Boris Vian, genio incompreso della letteratura francese del Novecento. Una vita velocissima la sua ‒ morì prima dei quarant’anni per un attacco di cuore, mentre assisteva alla prima cinematografica di un film tratto da un suo romanzo ‒, vissuta coltivando l’arte in ogni forma, prima tra tutte la musica, la sua più grande passione. Uno spirito stravagante e romantico con una spiccata vena rivoluzionaria: un autore che ancora oggi, ahimè, è poco conosciuto al di fuori della Francia.

Abile trombettista, Vian amava esibirsi nel famoso Club Tabou di Rue Dauphine, punto d’incontro dei più grandi musicisti e intellettuali dell’epoca: re delle notti parigine, si conquistò ben presto l’appellativo di “Principe di Saint-Germain-des-Prés”. Fu autore di più di cinquecento canzoni, collaborò con radio e case discografiche e negli anni Quaranta contribuì a far conoscere il jazz americano in Francia; tra le sue frequentazioni, basti citare Miles Davis, Duke Ellington e Charlie Parker.

Artista poliedrico, con un talento incredibile e una fervida fantasia, Vian fu autore di romanzi, racconti e pièces teatrali, oltre che critico e traduttore: tra le sue opere più note, L’autunno a Pechino, Le formiche, Lo strappacuore e romanzi del genere pulp come Sputerò sulle vostre tombe, firmati con lo pseudonimo di Vernon Sullivan.

La schiuma dei giorni fu uno dei suoi primi lavori: pubblicato da Gallimard nel 1947 ‒ in Italia da Rizzoli, con quasi vent’anni di ritardo ‒, all’epoca in cui uscì fu un fiasco totale. I critici disprezzarono la sua prosa bizzarra e assurdamente irreale, il pubblico semplicemente non lo capì: il suo estro visionario precorreva i tempi, era troppo moderno e questo sicuramente lo penalizzò. Il romanzo, insieme alle altre sue opere, venne poi riscoperto dalle generazioni seguenti, diventando un simbolo di fine stravaganza e libertà espressiva.

Definito da Raymond Queneau come «Il più straziante dei romanzi d’amore contemporanei», L’Ècume des jours racconta una storia surreale e malinconica, sovversiva di tutte le regole, in cui le parole sono giochi pirotecnici e la realtà si confonde con la fantasia.

Protagonista è Colin, un giovane ricco e di bell’aspetto, amante del jazz e restio al lavoro. Vive in uno strano e lussuoso appartamento nel cuore di Parigi, tra anguille che escono dai rubinetti e allegri topolini grigi che si comportano come umani. Egli trascorre il suo tempo in compagnia del cuoco-assistente Nicolas e del suo migliore amico Chick, la cui ossessione per il filosofo Jean-Sol Partre lo induce a comprare tutti i libri e i cimeli legati all’autore, rovinandogli le finanze.

Ciò che manca davvero a Colin è l’amore: intenzionato a fidanzarsi, ad una festa egli conosce Chloé, una ragazza bella e fragile che porta il nome di una canzone di Duke Ellington: “Era talmente gentile che si potevano vedere i suoi pensieri azzurri e malva, agitarsi nelle vene delle sue mani”. Il colpo di fulmine è assicurato: in breve tempo i due si innamorano e decidono di sposarsi, con una cerimonia nuziale strampalata e maestosa.

Ma il sogno ben presto si offusca, poiché durante la luna di miele Chloé si ammala: colpita da una forte tosse, la ragazza scopre che una ninfea le sta crescendo nel polmone. Si tratta di una malattia grave e dolorosa che può essere curata solo circondandosi di altri fiori, in modo da soffocarla: una pratica costosa, che scava le finanze di Colin e trasforma la sua grande casa in una tana tetra e angusta. Da qui il romanzo diventa più lugubre, Colin si adopera in ogni modo per salvare la sua amata Chloé e capisce che al mondo non c’è niente di più importante dell’amore che prova per lei.

Boris Vian ritratto mentre suona al Club Tabou di Rue Dauphine, Parigi, fine anni Quaranta.

L’universo creato da Vian è popolato di esseri stravaganti e assurdi marchingegni, come il “pianococktail”, un’invenzione di Colin che ad ogni nota suonata attribuisce una particolare sfumatura alcolica. È un mondo alla rovescia, in cui le case si animano, mutando aspetto in base alle emozioni di chi le abita e alla musica che vi viene ascoltata; le piste di pattinaggio sono gestite da strani uomini con la testa di piccione, le nuvole profumano di coriandolo ed erbe di montagna e avvolgono gli amanti, nascondendoli agli occhi dell’altra gente.

Camminavano seguendo il marciapiede, il primo venuto. Dal cielo si stava abbassando una nuvoletta rosa, e si avvicinava sempre di più. «Io vado, eh!» propose la nuvola. «Vai!» disse Colin. La nuvola li avvolse. Là dentro faceva caldo e c’era un odore di zucchero alla cannella. «Non ci possono più vedere!» disse Colin… «Ma se noi li vediamo ancora!..». «È un po’ trasparente» disse Chloé. «Non si fidi troppo». «Non fa niente, comunque poi noi ci sentiamo meglio» disse Colin.

L’autore usa in quest’opera un lessico fuori dagli schemi, con innumerevoli giochi di parole e bizzarri neologismi: una scrittura anarchica, libera, che nella traduzione purtroppo perde un po’ della sua magia. A chi conosce il francese consiglio di leggerlo nella versione originale, per meglio apprezzare tutte le sfumature linguistiche e il simbolismo che permea il romanzo.

Il ritmo della narrazione è sostenuto, le scene si susseguono una dopo l’altra, lasciando un vago senso di stordimento. Ogni pagina è imprevedibile, si fa fatica a digerire una stramberia che subito ce n’è un’altra pronta a sorprenderci: il romanzo non perde la sua comicità nemmeno nei momenti più tragici. Bisogna dunque arrendersi all’inverosimile, il trucco è mettere da parte la razionalità e leggere il libro a mente leggera e cuore ben aperto.

C’era qualcosa di etereo nel modo di suonare di Johnny Hodges, qualche cosa d’inspiegabile e di perfettamente sensuale. La sensualità allo stato puro, liberata dal corpo. Gli angoli della stanza si modificavano e si arrotondavano sotto l’effetto della musica. Ora Colin e Chloé riposavano al centro di una sfera. «Che cos’era?» domandò Chloé. «Era The mood to be Wooed» disse Colin. «Avevo indovinato» disse Chloé. «Visto la forma che ha preso la nostra camera, come pensi che farà il dottore a entrarci?».

Incluso al decimo posto della classifica dei “Cento libri del secolo” stilata dal quotidiano parigino Le Monde, il romanzo di Vian è stato adattato per il cinema e il teatro diverse volte, l’ultima nel 2012 con il film Mood Indigo – La schiuma dei giorni diretto da Michel Gondry, lo stesso di Eternal sunshine of the spotless mind.

Vi consiglio di vedere il film, ma solo dopo aver letto attentamente il libro: ritroverete sullo schermo tutta la magia e le incredibili emozioni di questa moderna favola per adulti. Siete pronti a credere all’impossibile?


Boris Vian, La schiuma dei giorni, traduzione di Gianni Turchetta, Marcos y Marcos, 272 p.

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