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ALBERTINE SARRAZIN, L’astragalo

L’astragalo, o talo, è un osso breve del piede che si trova appena sopra il calcagno e si congiunge direttamente alla gamba, articolandosi con la tibia e il perone; questo piccolo osso ha la funzione di trasmettere il peso del corpo sul piede, permettendo quindi la deambulazione.

Svelato il mistero del titolo, non mi resta che introdurvi l’autrice e parlarvi della sua vita altrettanto misteriosa e romanzesca, che già di per sé incuriosisce e commuove.

Albertine Sarrazin è stata una poetessa e scrittrice naturalizzata francese che ha vissuto un’esistenza breve e tormentata. Di genitori ignoti, visse i suoi primi anni in un orfanotrofio di Algeri, dove le venne dato il nome di Albertine Damien; in seguito, fu adottata da un’anziana coppia francese, i Renoux, che la accolsero nelle loro vite e le cambiarono il nome in Anne-Marie.

Fin dall’infanzia dimostrò una certa predisposizione per l’arte e per la musica, unita a un carattere ribelle e insofferente: fuggì di casa più volte e passò alcuni anni in riformatorio, per volontà del padre adottivo. Durante l’adolescenza scappò a Parigi, dove per sopravvivere si prostituì e mise in atto una serie di furti e una tentata rapina, che le causò una condanna a diversi anni in carcere. Al compimento della maggiore età, i rapporti col padre erano ormai compromessi, tanto che lo stesso decise di revocare l’adozione, togliendole il cognome.

Il carcere rappresentò per Albertine un punto di svolta, di ripartenza: proprio durante il suo periodo di reclusione, infatti, portò a termine gli studi e iniziò a scrivere i suoi primi romanzi. Passò il resto della sua vita fuori e dentro dalla prigione, dalla quale evase più volte; si sposò giovanissima con Julien Sarrazin, anch’egli criminale di professione, con il quale trascorse gli ultimi anni di libertà. Morì prima di compiere trent’anni a seguito di un intervento ai reni, non risvegliandosi dopo l’anestesia.

Il romanzo di cui voglio parlarvi altro non è che un’autobiografia di una parte rilevante della vita di Albertine Sarrazin, una sorta di memoriale, in cui l’autrice ricrea nella finzione letteraria i personaggi e gli episodi che hanno segnato la sua esistenza, iniziando proprio dall’incontro con quello che poi diventerà suo marito.

Questa la trama: Anne, la protagonista, si trova reclusa in una prigione da cui una notte decide di evadere, lanciandosi nel vuoto. Nell’urto, si rompe un osso della caviglia e viene salvata da Julien, un giovane malavitoso uscito da poco dal carcere, che per caso la soccorre e con il quale inizia una relazione intensa e passionale. I due, muovendosi tra Parigi e la campagna francese, vivono con il costante timore di farsi scoprire dalla polizia; il sentimento di riconoscenza di Anne si bilancia con l’istinto di protezione di Julien, fondendosi in un legame che si rinsalda ogni giorno di più.

Albertine Sarrazin, Francia, 1965. © Philippe Le Tellier/Paris Match via Getty Images

Quello che colpisce di questa storia è l’incrollabile vitalità e l’incoscienza con cui i due amanti vivono la propria condizione, come se dal loro primo incontro si fossero uniti in un sodalizio che risulta salvifico per entrambi. Julien si prende cura di Anne durante la sua convalescenza, la fa visitare da medici e la nasconde presso pensionanti parassiti, la cui ospitalità è ricompensata con denaro. Anne, dal canto suo, torna a prostituirsi per racimolare qualche soldo quando Julien si trova in prigione, arrestato per l’ennesimo furto.

La Sarrazin riesce a farci cogliere l’assurdità della vicenda, allorché Anne, dopo essere fuggita dal carcere, si ritrova incastrata in una nuova forma di reclusione, essendo costretta a letto per l’inutilizzabilità del piede. Una volta rimessasi in sesto, ella si rende conto di aver conquistato una libertà che la spaventa, perché di fatto non l’ha mai avuta, tanto da farle quasi rimpiangere il lungo periodo passato in prigione:

In quella vita non si veniva mai portate via, coccolate, aiutate a cavarsela; si stava in piedi, nel buio delle gabbie del furgone cellulare, o sedute sulle dure assicelle di legno. Ma in tale vita, però, si poteva saltellare in segreto nell’ambito certo di ogni giornata. La mia nuova libertà mi imprigiona e mi paralizza.

Il linguaggio usato dalla scrittrice alterna un vocabolario alto a parole di derivazione più popolare, trasmettendo una grande energia e un efficace senso di realtà. Lo stile della narrazione è duro e onesto, si potrebbe definire ruvido, senza mai cadere nel volgare.

L’Astragale fu pubblicato nel 1966 quando la Sarrazin si trovava ancora in carcere, unitamente all’altro suo celebre libro, La Cavale, che le fece vincere un prestigioso premio letterario. Entrambi i romanzi ottennero fin da subito un successo sensazionale, incantando i lettori per l’originalità della trama e per lo spirito visionario che contraddistinse l’autrice.

Leggetelo con calma, senza pregiudizi; seguite il ritmo della narrazione e lasciatevi affascinare dalla storia surreale di questa fragile e ribelle ragazza.

Per la prima volta non ho voglia di conoscere la fine, e nemmeno il seguito, di questa avventura. Sono là, nuda, sulla poltrona, a guardare Julien che dorme; vorrei restare così, stagnante, tiepida, nel silenzio in cui si levano solo i nostri respiri regolari, senza più dover fare i gesti, dire le parole che ci mutano e ci tradiscono; questo minuto è vero e vivo, lo stiro in eternità…


Albertine Sarrazin, L’astragalo, traduzione di Marina Valente, Club degli Editori, 204 p.

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