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LA PRIMA VERA BUGIA, Marina Mander

Però potrei, dovrei, vorrei comprare dei fiori a mamma perché ai morti si portano i fiori. I fiori si portano agli innamorati, ai malati e ai morti, non c’è molto criterio in tutto questo.

Luca è un bambino, va alle elementari e ha un gatto grigio e morbidissimo di nome Blu. Vive solo con la madre, in un appartamento al settimo piano di un palazzo in città. Luca è orfano a metà, il padre non l’ha mai conosciuto e non osa chiedere il motivo di questa assenza, che lo riempie di vergogna di fronte alle perfide canzonature dei compagni. Un mattino d’inverno, la madre, invece di svegliarsi per preparargli la colazione e portarlo a scuola, resta a letto, avvolta da un sonno profondissimo; lui fa da solo, è contento dell’indipendenza conquistata, ma tornando a casa nel pomeriggio scopre che la madre è ancora lì, nel letto, dove l’aveva lasciata. E così, lentamente, Luca capisce che forse, da quel sonno, la madre non si sveglierà più.

Luca è spaventato, pensa che “se le persone sono felici non muoiono così, a caso”: la sua più grande paura è che, una volta scoperto l’accaduto, gli adulti finiranno per rinchiuderlo in un istituto per orfani, perché non ha nessun altro al mondo. Allora prende una decisione forte, l’unica che può proteggerlo da una fine così terribile: mentire. Continuare a vivere come se nulla fosse, come se la madre stesse semplicemente dormendo nella stanza in fondo al corridoio; dicendo la prima, vera, grossa bugia della sua vita.

Tutto questo accade nelle prime pagine, rapidamente, in un crescendo che lascia senza fiato. La storia narrata dalla penna di Marina Mander è devastante, al limite del verosimile, riempiendo chi legge di interrogativi drammatici: cosa accadrà al bambino, come farà a tenere nascosto un evento così sconvolgente, chi potrà aiutarlo a superare il trauma?

Il senso di angoscia domina tutto il romanzo, seguendo una linea narrativa che in superficie appare semplice, frutto di un’idea brillante e forse insolita ‒ un bambino assiste alla morte del genitore e la nasconde ‒ ma che è difficile sviluppare in modo da farla sembrare realistica: l’autrice riesce in questo azzardo letterario, curandone attentamente ogni dettaglio.

Ho imparato che i dettagli dicono più cose delle cose, se fai attenzione ai dettagli puoi convincere gli adulti che va tutto bene, loro ti credono perché non hai dettagli sbagliati. I dettagli sbagliati sono: i capelli fuori posto, i quaderni sporchi, i libri con le orecchie, i graffi e le unghie nere, le brutte parole.

Luca nasconde il trauma che l’ha colpito per mantenere un senso di normalità, sperando che un giorno la madre si possa risvegliare: e così continua ad andare a scuola, ogni mattina; si occupa della spesa e non dimentica di nutrire il gatto, di lavarsi e fare i compiti; svia abilmente le telefonate e le domande degli adulti, accumulando una bugia dopo l’altra. L’inquietudine e la desolazione vissuta dal piccolo protagonista si percepiscono in modo palpabile: seguendolo nei suoi movimenti, ci si sente in pena per lui; si vorrebbe aiutarlo e spiegargli cosa sarebbe giusto fare, ma allo stesso tempo non si riesce a biasimarlo, perché è un bambino rimasto solo, a un’età in cui non si dovrebbe esserlo.

La Mander si industria a scrivere con la mente di un bambino, rievocando i gesti, le impressioni e le manie tipiche dell’infanzia: Luca parla e ragiona con lucidità, dimostrando di essere sveglio e sensibile; assorbe il linguaggio degli adulti e lo rielabora cercando di dargli un significato tutto suo, con una visione del mondo ancora ingenua, ma già profondamente consapevole.

Uguale è quando sei obbligato a essere come gli altri, normale è quando fai le cose belle che piacciono a tutti, diverso è quando fai una vita un po’ strana, che non è uguale per forza ma neanche normale, è una vita un po’ appartata, un po’ per le tue, come quella che facciamo noi. Normale è meglio di tutto, diverso, però, è meglio che uguale sputato.

Marina Mander, scrittrice triestina trapiantata a Milano, ha conquistato il plauso della critica con romanzi quali Ipocondria fantastica, Catalogo degli addii e Nessundorma; l’ultimo uscito, L’età straniera, è entrato nella dozzina dei candidati semifinalisti al Premio Strega 2019.

La prima vera bugia resta il mio preferito. La morte di un genitore vista dagli occhi di un bambino, un romanzo che è un pugno allo stomaco impossibile da incassare.


Marina Mander, La prima vera bugia, et al. Edizioni, 130 p.

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