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BESTIARIO, Julio Cortázar

Le abitudini, Andrée, sono forme concrete del ritmo, sono cadenze del ritmo che ci aiutano a vivere.

Pablo Neruda, riferendosi a lui, diceva che «Chi non legge Cortázar è spacciato. Non leggerlo è una malattia molto seria e invisibile, che col tempo può avere conseguenze terribili». Roberto Bolaño, più semplicemente, affermava che «Cortázar es el mejor».

Julio Cortázar, scrittore argentino naturalizzato francese, è considerato ad oggi ‒ insieme a Gabriel Garcìa Márquez e Jorge Luis Borges ‒ uno dei principali esponenti della corrente del realismo magico nella letteratura latinoamericana del ventesimo secolo.

Nato in Belgio, in un comune vicino a Bruxelles, Cortázar visse la prima parte della sua vita in Argentina, a Buenos Aires, dove ambientò la maggior parte dei suoi romanzi, per poi decidere a quasi quarant’anni di trasferirsi definitivamente a Parigi, perché «Buenos Aires mi aveva tolto l’aria»: qui si dedicò con passione all’attività letteraria, aprendo i suoi orizzonti ad una scrittura sperimentale e per certi versi metafisica, ricca di riferimenti al tema del mistero e del soprannaturale.

Critico letterario, saggista, poeta, drammaturgo, Cortázar esplorò varie forme creative di scrittura, ma fu col genere del “racconto fantastico” che trovò la più completa espressione del suo genio, con opere quali Rayuela (Il gioco del mondo), Storie di Cronopios e di Famas, Componibile 62 e Tanto amore per Glenda.

Bestiario fu la sua prima opera in prosa, pubblicata nel 1951 dalla Editorial Sudamericana. Si tratta di una composizione di otto racconti surreali e stranianti, tutti accomunati da una singolare atmosfera onirica in cui i personaggi avvertono la presenza di elementi soprannaturali e magici, talvolta immateriali e più spesso nella forma di veri e propri animali, che si insinuano nelle loro vite alterandone irreversibilmente l’equilibrio.

La casa occupata, ad esempio, narra di due fratelli la cui casa viene invasa da alcune “presenze”, che si manifestano con rumori forti e sordi e alle quali i due temono di avvicinarsi; a poco a poco esse riescono ad occupare tutta l’abitazione, costringendoli ad abbandonarla, rassegnati, nel cuore della notte.

In Lettera a una signorina a Parigi, invece, un uomo, ospite a casa dell’amica, confessa di vivere una strana quanto inspiegabile condizione: periodicamente, e senza alcuna ragione, egli vomita piccoli coniglietti bianchi, che tiene con sé fino a quando non crescono, per poi regalarli alla vicina.

In Cefalea, Cortázar si inventa una nuova specie di animali, chiamati “mancuspie”, che quando soffrono provocano intense cefalee agli esseri umani che con loro entrano in contatto; tale situazione causerà non pochi problemi ai gestori dell’allevamento in cui sono tenuti.

In Bestiario, racconto che chiude e dà il titolo alla raccolta, Isabel è una bambina che viene mandata a trascorrere le vacanze nella villa di alcuni parenti; una volta arrivata, scopre però che la casa è abitata anche da una tigre, che si aggira indisturbata nelle stanze e nei giardini e limita di conseguenza i movimenti degli altri occupanti, i quali non possono fare altro che tenerla d’occhio, onde evitare spiacevoli incontri ravvicinati.

Cortázar ritratto con il suo gatto Teodoro W. Adorno, chiamato così in onore dell’omonimo filosofo e sociologo tedesco, Parigi, anni Settanta.

Le storie narrate da Cortázar si collocano in una dimensione temporale e spaziale posta al di fuori della normalità: i personaggi agiscono in un contesto del tutto realistico, ma carico di elementi fantastici e inspiegabili che ne deformano drammaticamente lo scenario. Un mondo assurdo e paradossale in cui spesso manca la linearità temporale, per cui gli eventi si incrociano e si sovrappongono, rafforzando l’impressione di straniamento e di totale irrazionalità delle vicende.

Cortázar ebbe modo di parlare dei mondi da lui creati nell’ambito di alcune lezioni che lo stesso tenne all’Università californiana di Berkeley, nei primi anni Ottanta (ora raccolte in Lezioni di letteratura. Berkeley, 1980, traduzione di Irene Buonafalce, Einaudi, 2014). L’autore, di fronte ad una classe di aspiranti scrittori, spiegò il funzionamento della sua immaginazione, ovvero l’importanza dell’elemento della “distrazione” quale fulcro del suo processo creativo:

«Mi capita di distrarmi, e attraverso questa distrazione irrompe quel qualcosa che poi dà questi racconti fantastici per i quali siamo qui riuniti. Attraverso questi stati di distrazione entra questo elemento altro, questi spazio e tempo differenti».

Traendo spunto da ricordi d’infanzia, fatti di cronaca e aneddoti vari, Cortázar costruisce dunque racconti che hanno la forma di sogni ‒ o per meglio dire di incubi ‒ ad occhi aperti; il lettore riesce ad avvertire il senso di ineluttabilità che domina i personaggi, percepisce la rassegnazione con cui prendono atto dei fenomeni paranormali e ne condivide le reazioni. Il tutto reso con una scrittura veloce e diretta, luminosa e priva di fronzoli, che acuisce la sensazione di incredulità, trasmettendo insieme una delicata malinconia.

Leggere Cortázar è un privilegio, un dono che ogni appassionato di letteratura ‒ e di mondi fantastici ‒ dovrebbe concedersi. Credetemi, non potrete più farne a meno.


Julio Cortázar, Bestiario, traduzione di Flaviarosa Rossini Nicoletti, Einaudi, 118 p.

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